11 settembre – 26 ottobre
Sali d’argento riunisce due voci pittoriche che, pur distinte, si incontrano nell’esplorazione delle tensioni tra visibile e invisibile, intimo e collettivo, memoria e desiderio. Formatisi all’Accademia delle Belle Arti di Firenze e residenti da molti anni in città, Zheng JieYu e Huang Zhe sviluppano ciascuno un linguaggio visivo in cui le immagini funzionano come superfici sensibili, capaci di trattenere tracce e, allo stesso tempo, di far circolare ombra e incertezza.
Il titolo della mostra richiama sia la chimica dell’argento che rivela la fotografia, sia il sale che conserva la materia: due metafore di un processo di fissazione e trasformazione che risuona con il modo in cui gli artisti conservano, trasfigurano e rendono visibili frammenti di vita e di memoria.


Nell’opera di Huang Zhe, l’atmosfera e la memoria si costruiscono attraverso due elementi inseparabili: il verde e il fumo. Il verde, onnipresente, agisce come un filtro emotivo: « Mi dà un senso di calma… può placare qualsiasi immagine, qualsiasi emozione, e persino creare una forma di evasione, quasi di spiritualità. »
Questa dominante cromatica avvolge la scena in un velo rassicurante, rallenta il tempo e crea uno spazio di ritiro. Su questo sfondo si muove il fumo, privo di contorni fissi. Non è un semplice effetto atmosferico, ma uno stimolo mnestico legato direttamente alla sua infanzia in una famiglia buddhista, dove il profumo dell’incenso e le volute attorno alle statue delle divinità costituivano lo sfondo costante della vita quotidiana. « Ho constatato che l’odore e l’immagine del fumo sono diventati sempre più nitidi nella mia memoria, soprattutto quando affronto momenti difficili », afferma.
Visivamente, il fumo collega o separa le figure, disturba la leggibilità e agisce come un rivelatore chimico, facendo emergere gesti, sguardi o tensioni latenti. In alcune serie, le figure tendono la mano per afferrare un filo di fumo — gesto impossibile nella realtà ma reso possibile dalla pittura — metafora di un desiderio sfuggente, destinato a dissolversi. Qui il desiderio non è conquista, ma esperienza della mancanza: un’attesa fragile di un equilibrio prossimo alla rottura.

Nell’opera di Zheng JieYu, il desiderio è la forza propulsiva centrale della creazione. « La mia creazione è una forma di autoanalisi… voglio capire perché certe immagini attraggono me e perché attraggono anche voi », spiega. Ma questo desiderio è intrecciato alla questione della scelta e ai vincoli invisibili che lo condizionano. « La scelta, per me, è un sentimento complesso, radicato negli squilibri di potere che attraversano le relazioni sociali. » I suoi quadri mettono in scena configurazioni umane — gruppi, coppie, figure isolate — in cui distanze, posture e gesti danno forma a queste tensioni. Oggetti e piante, legati alla sua memoria intima, appaiono come marcatori criptici che l’artista sceglie di non spiegare, lasciando allo spettatore la libertà di attribuire loro un significato personale.
Formalmente, entrambi condividono una struttura di stratificazione: nell’opera di Huang Zhe, il fumo si sovrappone a corpi e spazi verdi; in quella di Zheng JieYu, immagini d’archivio, gesti collettivi e motivi organici si intrecciano in un unico campo visivo. In entrambi i casi, l’immagine non si rivela mai del tutto: si costruisce attraverso frammenti, zone di luce e ombra, come una stampa argentica parzialmente sviluppata.

Sali d’argento non è soltanto l’incontro di due estetiche: è la tensione tra due modi di trattare memoria e desiderio. Quello di Huang Zhe passa per la materializzazione dell’assenza e la cattura di ciò che sfugge; quello di Zheng JieYu per un campo attivo di forze, uno spazio in cui libertà e vincolo si confrontano. Insieme, compongono un territorio comune in cui ogni immagine agisce come un cristallo di sale: conserva e trasforma, fissa e turba, illumina e cela.